domenica 23 marzo 2014

Post it

Suppellettili puramente decorativi e fragili, dispersi su differenti ripiani rigorosamente in vetro. Ciò che apparentemente doveva sembrare morbido, assumeva le sembianze fragorose di ciò che potrebbe rompersi da un momento all'altro, in una silenziosa rassegnazione che fermava le angosce. Coperto di grigio, il muro assorbiva il colore del cielo coperto, un banco ottico affumicato, opaco, discontinuo. Classico il suono che c'è nell'aria la domenica pomeriggio, solo il fruscio dei televisori accessi e gli sghignazzi degli avvinazzati che rimproverano bambini monelli o solamente stanchi.
Descrivere un frammento di spazio piccolo come uno sputo di vita, richiede un tempo d'osservazione che supera il trascorso. Non ė importante raccontare qualcosa che abbia di per se un valore assoluto, basta narrare il più semplice dei gesti, sarà l'intento a smascherare a pochi eletti il significato intrinseco di quelle poche righe. E si ossigena il cervello.


lunedì 27 gennaio 2014

DRESSARE: una pratica Zen.

4:45, ma ero già sveglia dalle 4,00.
Mi dirigo verso il bagno nella speranza che il mio intestino si sia svegliato anche lui così presto, ma nemmeno una pila di Diabolik trovati a sorpresa, sono riusciti ad intaccare la fittizia regolarità. Anyway, visibilmente stanca, ma piena di motivazione, vado a prendere un caffè davanti scuola, che ovviamente provoca l'effetto cui Diabolik aveva miseramente fallito pochi minuti addietro, ma è troppo tardi ormai. Varco la soglia della Reggia di Colorno, faccio dieci passi dieci e sento che mi manca qualcosa. -"Vabbè"- dico, -"non mi sovviene"- e continuo alla volta degli spogliatoi. Solo davanti all'ingresso mi accorgo di aver scordato il rotolo con l'attrezzatura a casa. Mi si spaccano due venuzze dentro gli occhi e corro, corro, corro. Il desiderio di imparare è certamente più forte di quello di dormire.
Sono le 6,00. Il GURU Walter Masut ispeziona le postazioni con aria severa, nuovo taglio di capelli. In preda alle nausee mattutine mi accingo al completamento della vestizione, grembiule, torcione e la mitica toque. Mi guardo intorno e penso che, comunque, c'è qualcuno messo molto peggio di me.
Prepariamo una dose di meringa italiana, e carichiamo la sac à poche.
Dressare.
Necessita di grande concentrazione, gestualità, ritmo, disciplina. Ci vuole occhio per capire le distanze e precisione nel rispettarle. Ogni striscia all'interno di una teglia 60x40, dressata bene, contiene tra le sette e le otto meringhe, o bignè, dipende dalle dimensioni. Capita che ti viene bene la forma, ma sbagli qualcosa nella disposizione. A volte è tutto perfetto, ma l'impasto cede, e così le forme si "siedono". Dopo quattro ore di disciplina, mi rendo conto che si tratta di una pratica che va oltre la pasticceria, perchè il tempo non basta a far sì che tutto vada per il verso giusto. Ci vuole il desiderio di imparare, l'umiltà di ascoltare attentamente lo chef, ci vuole una concentrazione alta e una postura adeguata. Tutte queste cose messe insieme compongono una teglia dressata bene, che altro non è se non la maestria di chi ha saputo coordiare il proprio corpo con la materia, rendendo quasi meccanico un procedimento di alto artigianato. Dalle 6,00 alle 10,00 forse sarò riuscita a fare una sola teglia per come si deve, ma è certo che queste quattro ore sono valse a pettinarmi i pensieri, a distendere i muscoli, ma soprattutto, a non pensare a nulla.
Una forma di meditazione non indotta.
C'è chi pratica yoga, io dresso.


mercoledì 22 gennaio 2014

COPERTURE

Otto, nove giorni già. Nemmeno un fiato di scirocco o l' odore di porco. Al mattino però, non si sa da dove, qualcuno suona l'organo.
Ogni tanto, quando ho l'occasione, l'illuminazione, posso dedicarmi a rappresentare ciò che davvero mi interessa della vita, attraverso le connessioni che si intrecciano tra le molteplici discipline che formano la struttura delle cose. La pasticceria ne è un esempio. Essa descrive l'essenza, la base, le fondamenta su cui poggia la struttura di qualsiasi ricetta. Fatta di soli quattro ingredienti, solo con tecnica e maestria che si conquistano nel tempo, puoi fare di questi semplici quattro prodotti milioni di ricette. Io che sono una scultrice, non faccio che ripetermi da quando sono in questa scuola, (perchè mi trovo all'Alma, la scuola di cucina), che voglio entrare dentro l'essenza delle cose, acquisire una tecnica tradizionale, inglobare dentro l'impasto la memoria delle cose, ma con umiltà, semplicità.
Il primo giorno c'è stato intimato di non dimenticare nulla di ciò che compone la nostra divisa e attrezzatura, pena l'esclusione dalla lezione, e questo mi ha fatto ricordare quando nel laboratorio di scultura a 17 anni sono stata cacciata perchè non indossavo le scarpe antinfortunistica. O quando il mastro mi ha lanciato addosso un intero secchio di cemento solo perchè lo avevo riempito troppo, e mi aveva già avvertito. Poi però mi faceva capire voleva restassi a lavorare con lui. Mai un complimento, un consiglio, non potevo fare domande, dovevo capire tutto da me, anzi, intuire. Dopo tre mesi ero come l'infermiera con il chirurgo. Appena attaccavamo a lavorare preparavo l'impastata senza chiedere nulla, ne quantità d'acqua nemmeno quanta sabbia, ormai lo sapevo meccanicamente, sapevo quando l'impasto era pronto dal semplice movimento che faceva e dal rumore della macchina. Poi, sempre in silenzio, passavo mattoni e arnesi in ordine, cercando di intuire cosa servisse in quel determinato momento, al fine di far fare il minimo sforzo al mastro che doveva lavorare di precisione. Ecco, nella pasticceria è lo stesso. Se sei da solo devi fare in modo che la tua postazione sia dotata di tutto il necessario per lavorare bene, la mise en place perfettamente ordinata e pulita e ricordarsi di togliere il superfluo al fine unico di ridurre al minimo lo spreco di tempo, di energie e di materiale. In due invece è diverso perchè, bisogna trovarsi in sintonia e far si che nessuno escluda l'altro, che si lavori nella concentrazione e nel silenzio, e senza desiderio di prevaricare sull'altro, a meno che "l'altro" non sia uno chef. Ma in quel caso, non è un prevaricare, semplicemente, come il mastro di cui sopra, lo chef ha bisogno di una grande concentrazione perchè si occupa di lavori di grande precisione. Stessa cosa nel laboratorio di scultura. Quando vedo un presunto scultore che inizia a lavorare coi ferri buttati a terra, vestiti normali e scarpe di tela...o addirittura infradito, io me ne vado, e di corsa pure. Bisogna avere gli abiti giusti, gli arensi preparati per bene nel posto di lavoro, il materiale sistemato e porzionato da una parte e gli appunti coi bozzetti in tasca. Metro, livella, e via.
Non si può dire lo stesso della pittura, per questo ci tengo a specificare che sono una scultrice, la parte più operaia dell'arte, non mi metto a fare bamboline coi pennelli, non mi è mai interessato, a me interessa il processo digestivo delle cose, la metabolizzazione, come le sostanze si trasformano in energia. Sono una ricercatrice della materia, pertanto sarà difficile aspettarsi da me sgargianti elementi decorativi, odio il decorativismo fine a se stesso, proprio perchè mi piace raccontare l'essenza, quello che c'è sotto lo strato, nascosto da un velo di cioccolato, o di cemento, o di pelle.
Abiti.


domenica 15 dicembre 2013

Polveri Fini

Gli stava sempre attaccata,
per una vita aveva seduto nel divano accanto al suo, ma adesso aveva  improvvisamente deciso di stare nello stesso, malgrado lei non si potesse muovere per via della presa elettrica a cui era collegato il computer. Tutto questo le creava ansia, un'ansia che si capiva ad occhio nudo. Ma lei niente, parlava di continuo e pretendeva attenzione. Mentre l'ansia cresceva.
Tutto il giorno davanti al televisore con un commento appresso all'altro, e di tanto in tanto, qualche urlo al cane, qualche battuta sul suo alito e via così.
Lily sempre a scrivere cose sul suo computer cercando di concentrarsi in tutto questo.
Sfruttava la connessione di qualcuno nel suo palazzo e prendeva solo su quel maledetto divano. Ma prima che così fosse, aveva una di quelle chiavette internet per connettersi ovunque, e veniva disturbata lo stesso, anche chiusa in camera sua. Non ha nemmeno avuto mai la delicatezza di lasciarle suonare il pianoforte quella rara volta in cui si prendeva di coraggio e si sedeva a suonare. Lei li, a parlarle di cose stupide solo per infastidirla, fino a quando Lily le urlava di rabbia e lei si ritirava come la più triste delle vittime di questo universo. E così la solita scena, Lily, si alzava, tre passi tre e scoppiava a piangere lasciandosi cadere sul letto. La madre, la "lei" menzionata fin ora, implorandola ai piedi del letto mentre Lily sempre più isterica le chiedeva di avere quantomeno la delicatezza di rispettare il suo sfogo e lasciarla sola, ma niente. Anche li, doveva essere lei a volere conto e ragione di tutto. Così Lily sbatteva violentemente la madre fuori dalla porta intimandole di non azzardarsi ad entrare, che di li a poco le sarebbe passato e tutto sarebbe tornato alla normalità di sempre, come piaceva a lei, diceva. La madre imperterrita restava fuori dalla porta e, dopo essersi provocata un finto pianto pure lei, le diceva tra un singhiozzo e l'altro che le dispiaceva, di smetterla di piangere. E Lily si diperava, si pentiva, si vergognava ancora di più per tutto questo, per aver ceduto, per non essere stata brava a sopportare e creare la solita discussione senza meta, senza miglioria. Cadeva nel più profondo degli abissi interni a se.
Allora non sopportava più nulla. Qualsiasi forma di occlusione, fisica e mentale le creava una bolla allo stomaco, un'ansia insopportabile. Una persona davanti a lei a piedi per strada, un richiamo fatto da un amico toccandole il braccio, l'inaspettata porta del bagno chiusa, l'interruzione distratta e repentina di un discorso qualunque da lei fatto. Le si riempivano gli occhi di lacrime. Cos'è giusto cos'è sbagliato/ la madre di Francesca/ quant'è bello Connery/ le bombette degli altri e la camera a strisce/ cioccolata in tazza/ io di qui non mi muovo/ la retta della scuola/ le bugie di papà/ la solita prevedibile telefonata/ i giochi mentali/ lasciarsi scivolare le parole addosso.
Una parte di cose dentro le bolle dello stomaco riemergevano a rigurgiti intestinali in testa, luci di notte in orbite occluse dai veli dell'io. Funziona tutto lo stesso, pensava, il corpo va avanti nella sua inarrestabile corsa, poco importava se anima e cuore tossivano polveri fini.




mercoledì 4 dicembre 2013

BOLOGNA

Geograficamente lontana da me quanto mai, non è il freddo, non sono quelle mura che chiudono a braccia conserte il cuore di chi, ignaro, beve e dimentica, sembra solo un ricovero per menti stanche, che altro non hanno se non la necessità di credere nella propria giovinezza.
Non v'è onestà in questo luogo con un piede a nord e l'altro a sud, ma col culo seduto a centro. Troppo piccolo per diventare invisibile, troppo grande per essere qualcuno. Uno spazio la cui memoria sembra essersi conservata solo nel mattone.
Eppure qualcosa m'ha lasciato. 
Reduce da un viaggio attraverso Berlino, Roma e poi Bologna, sono stata a in provincia di Cuneo tutto negli ultimi due mesi, o tre, non ricordo bene. Ma l'ultima volta che ho scritto qualcosa ero a Palermo, in uno stato confusionale di felicità. Sono trascorsi sette giorni di grande densità interiore. L'incontro a stretto contatto con un'amica, la più importante, dopo anni di silenzio, gli anni in cui non hai voglia di ascoltare i consigli di nessuno, dove sbagliare è più importante.
Ma ora che piano riprendo fiato da questa lunga apnea, ho voglia di giudicare con fermezza le cose che per me davvero sono importanti, adesso che, sento piano piano l'ossigeno entrare nel cervello lasciando respirare le immagini e le parole, ho forse la necessità di farlo, di dare ordine a ciò che mi è accaduto e che piano si sta risolvendo. Ho quasi paura a dirlo.
Il lavoro è più lungo ogni giorno di più, un passo avanti e due indietro, aprire ogni singolo poro di pelle a tutto, assorbire, tentando di restituire mediante un processo chimico naturale, ristabilire pertanto i ritmi biologici. La strada non la vedo all'orizzonte, ogni tanto ti scorgo li, seduto nell'angolo che ti guardi le unghie e pensi a come ferirmi, ma ogni giorno mi fai meno paura, anche se, il solo pensiero di dire questa cosa, mi spaventa. Quando sarò in grado di amare, non avrò timore di dire no, perchè non c'è nulla che sarò costretta a sopportare e la mia sincerità non verrà punita. E se davvero c'è qualcosa di importante che non ricordo, vorrà dire che è li che deve restare, che tornerà a galla quando sarò pronta, quando il dolore avrà lasciato il posto alla memoria, calcinata in un tumore freddo e bianco.
Bologna, vertigine a capofitto dentro me stessa, chissà quanto ne sei responsabile tu, con la tua storia e le tue lotte, io mi sto dando fare e non mi fermo, non lo voglio fare mai, nemmeno quando gli altri mi diranno che sono arrivata.




                               A Bologna.

venerdì 30 agosto 2013

Giallo P

La vecchia con le tette poggiate alla ringhiera del balcone respira sigarette dietro sigarette buttando il fumo come fosse da una fessura di gomma, pfu...
Quasi piove da quel cielo giallo delle nove del mattino, si giallastro e tutta la casa buia alle nove.
Mai visto il buio dal giallo.
Adesso piove davvero, P vomita e Sandrino mi guarda con l'occhio di sbieco, da una noce di cocco.
Mucche elefanti e babbo natale.
Impalcature fuoriforma increspano le onde della pioggia che ormai balla al vento facendosi strada dalle nuvolotte miste di grigio. 
Banchi ottici nel cielo.

martedì 27 agosto 2013

Serrate serrande.

Svegliarsi la mattina nelle deformità del sonno, sognare magrezza, magrezza magrezza, come simbolo di povertà, come involucro di tristezza.
Nella solitudine del suo contrabbasso, e di altri pochi, latitanti amici, avrebbe preferito che il suo corpo non cambiasse più vorticosamente di continuo. Come le forme dei suoi strumenti, hanno vita ma non cambiano, voleva questo.
Le sopracciglia all'ingiù, ma niente trucco, ha chiuso con quei pasticci in faccia, non basteranno a farle acquisire sicurezza.
Oggi è un altro giorno distorto, dove non c'è nulla al di fuori dell'oscenità del suo corpo.